Lentamente…

15 feb

Faccio riferimento a questo articolo molto interessante, che ho ricevuto per fare una mia riflessione rispetto al titolo di questo post. 

Si potrebbe dire molto sul termine ”lentamente” ma io mi fermo solo su due aspetti che penso fondamentali.

Il tempo per poter andare lentamente, e questo è un paradosso, come si fa ad avere tempo per andare lentamente, quando il tempo lo utilizziamo solo per andare più veloci e per fare più cose?

La fermezza per poter andare più lentamente, e qui altro paradosso, noi corriamo perchè siamo instabili, perchè cerchiamo la fermezza, ma purtroppo non lentamente.

Lo Yoga e le sua Asana vivono solo su di questo, avere tempo per cercare la fermezza…ma molto lentamente. E chi meglio della targaruga…

Aspetto un vostro pensiero

namaste

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Lo Yoga fa bene agli sportivi chiedetelo ai Lakers

17 gen

Vi posto anche questo articolo, a mio parere illuminante, sulla coda dell’articolo apparso e tradotto da Repubblica la settimana scorsa, dove si parlava della “distruzione” che lo Yoga può causare.

namaste

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“Lo Yoga e gli infortuni dell’informazione”

15 gen

Vi posto questo articolo “Lo Yoga e gli infortuni dell’Informazione” di Walter Ferrero per darvi un ulteriore spunto di riflessione sullo Yoga.

Nel nome del titolo vi è già chiarito il succo dello scritto, a mio parere molto bello nella sua semplicità.

Buona lettura

namaste

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Yoga, il mito si incrina “come lo Yoga può distruggere in vostro corpo”

10 gen

Prendo spunto da questo articolo pubblicato sul Magazine del New York Times il 5 Gennaio scorso titolato ” How Yoga can wreck your body” che tradotto sarebbe “come lo Yoga può distruggere il vostro corpo”, tradotto in Italiano da Repubblica, “Yoga il mito si incrina“  per cercare insieme di capire il significato di questo articolo e i perchè.

Vorrei prima di fare ogni mio commento, aspettare qualche vostra opinione.

namaste

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“Don Gallo bacchetta padre Amorth: Posseduti sì, ma dalla crisi e dalle paure”

8 dic

Posto anche questo articolo sempre per senso di pietà nei loro confronti.

Le prime e di sicuro ultime, anche se sommesse, smentite….davvero un bel genere.

Leggi qui

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“Fare yoga è satanico. Porta al male come Harry Potter”

6 dic

Riporto per senso di pietà nei suoi confronti un estratto di un articolo apparso sul Fatto Quotidiano il 24 Novembre 2011 dove l’esorcista padre Amorth dice che: “Fare yoga è satanico. Porta al male come Harry Potter”.

“Satana è sempre nascosto e la cosa che desidera di più è che non si creda alla sua esistenza. Studia ognuno di noi e le sue tendenze al bene e al male, e poi suscita le tentazioni”. La scienza? “Non è in grado di inventare neanche una cicca. Lo scienziato è solo uno scopritore di qualcosa che Dio ha già creato”…lui dice!!!

Io ne avrei tante da dire, ma proprio tante….

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La pazienza

28 nov

La pazienza

Un anno fa un mio allievo Yogico di 72 anni mi prese da parte e mi disse:
“mi devi chiedere scusa per la fatica che mi fai fare”.

Oggi a un anno di distanza mi ha nuovamente preso da parte e mi ha detto:
“un anno fa ti chiesi di chiedermi scusa per la fatica che mi facevi fare, ora ti dico grazie”.

Prendo spunto da questa frase detta da un mio allievo per fare il punto sul titolo del mio post, “La pazienza”.

La pazienza, penso sia uno degli elementi base di una vita che abbia senso di essere definita tale. Avere pazienza vuol dire dar modo alle cose di poter accadere in modo spontaneo, libero. Vuol dire cogliere l’attimo del potersi dire “ho capito” “ho sentito”.  Avere pazienza conclude un percorso per aprirne un altro e via di seguito fino all’infinito. Avere pazienza, credo che rafforzi e dia valore, in senso positivo, al dolore e alla sofferenza.

Nella pratica dello Yoga, avere pazienza di entrare in contatto con il nostro corpo penso sia cosa fondamentale; spesso scappiamo dallo stesso chiudendo continuamente falle senza rispettare i giusti tempi di metabolizzazione degli eventi ed evirando i potenziali cambiamenti in essere.

Praticare Yoga con pazienza, fortifica, da certezza e fiducia in quel che si è e che si può, con pazienza modificare. Con pazienza però!!

Dante, mio allievo di 72 anni ne è conferma.

Namaste Dante!!!

Aspetto il vostro pensiero

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La memoria, questa sconosciuta

12 mag

Vorrei utilizzare questo mio post, avendo come spunto l’articolo pubblicato di recente sul mio sito, per una breve riflessione su base scientifica, attraverso i principi in cui la memoria vive e si
esprime nel nostro corpo, e di come certe attività motorie di origine cognitivo comportamentali possono stimolarla, accrescendo alcune potenzialità in noi innate. In neuroscienza e in psicologia, la memoria viene definita come la capacità del cervello di conservare informazioni. Quindi, classificando la memoria in termini di “tipo di informazione”, possiamo distinguere quattro fasi principali della elaborazione della stessa.

1.    Codificazione: processo con il quale si concentra l’attenzione su informazioni nuove che vengono analizzate appena le si percepisce. Dall’efficienza della codificazione (attenzione e motivazione) dipende quanto bene sarà conservata la traccia mnemonica
2.    Consolidamento: quei processi di modifica delle nozioni appena acquisite, ma ancora   temporanee, in   modo  da   renderli   più   stabili   e   di   lunga   durata.
3.    Conservazione: riguarda  i  meccanismi  ed  i  siti  in  cui  la  memoria viene mantenuta per  lungo tempo. Tale capacità di conservazione sembra illimitata
4.    Recupero: quei processi che consentono di richiamare alla mente un ricordo. E la fase di ricostruzione di tutte le distinte informazioni, riguardanti un soggetto, che sono state “archiviate” in zone diverse del nostro cervello.

Vari tipi di memoria
Esistono numerosi modi di classificare i vari tipi di memoria, divisi per ambiti e specializzazioni, anche se naturalmente intrecciati tra loro.

1.    Memoria Esplicita
È molto duttile, essa si divide in:
•    Episodica, riguarda eventi ed esperienze personali
•    Semantica, riguarda la conoscenza di fatti e nozioni
Per esempio, il ricordo della trama di un film riguarda la memoria episodica, mentre ricordarsi il nome dei personaggi dello stesso film riguarda la memoria semantica.
2.    Memoria Implicita o Procedurale
Il concetto di memoria implicita concerne l’acquisizione e la messa in opera di comportamenti appresi (andare in bicicletta, guidare l’auto ecc), ma anche l’acquisizione e la ripetizione di abitudini “caratteriali” di tipo emozionale, secondo modalità quasi automatiche, senza un corrispettivo rappresentazionale. Il concetto di memoria implicita si sovrappone e praticamente coincide con quello di memoria procedurale. Nel termine implicita è prevista maggiormente la mancanza di consapevolezza, mentre nel termine procedurale è implicita maggiormente la componente automatica.
Le diverse forma di memoria implicita vengono acquisite con forme diverse di apprendimento con l’intervento di aree diverse della corteccia cerebrale. La memoria implicita può essere definita come “un sistema della consuetudine”, come “la conoscenza che è espressa nel corso di una funzione senza che i soggetti abbiano la consapevolezza fenomenologica di possederla”. E questo potrebbe essere la rappresentazione scritta, sotto un’altra visione, del termine Postura, e di come attraverso il “memorizzare” un processo formativo corporeo, lo stesso in forma autonoma lo riproponga, o che, senza nessun processo formativo della postura, la stessa si instauri a prescindere. Questo significa che quando si è in preda a tali modalità, non si è privi di coscienza di ciò che accade, ma non si è in grado di svolgere un’adeguata funzione riflessiva e di autocoscienza e di identificazione su quanto sta avvenendo.
Esistono in letteratura altre quattro categorie della memoria implicita o procedurale, che vengono definite spesso con varie terminologie:
Memoria pratica: l’apprendimento di abilità motorie, cognitive unite ad un apprendimento percettivo.
Priming: una forma di rievocazione suggerita cui un’informazione è spesso recuperata più rapidamente se un’altra informazione ad essa strettamente legata è stata da poco evocata, il tutto senza che il soggetto ne sia consapevole.
Memoria emotiva – affettiva: tipo di memoria dove spesso vengono immagazzinate le esperienze che il neonato e l’adolescente percepisce e memorizza, per esempio la casa dei nonni, l’odore del profumo della madre, il colore degli occhi di una persona importante, il  meccanismo è lo stesso della memoria associativa che consiste nell’associare uno stimolo ad un comportamento, anche senza il ricordo cosciente che spinge a fare l’associazione.
Memoria ed emozioni: l’importanza di Amigdala e Ippocampo. Molte persone ricordano esattamente cosa stavano facendo l’11 settembre 2001, mentre pochi ricordano cosa c’era per pranzo il giorno prima.
Perché è più facile ricordare un episodio che coincide con un forte
momento emotivo rispetto ad uno che si compie abitualmente?

In un lavoro recentemente pubblicato sulla rivista scientifica PNAS, un gruppo di ricercatori americani dell’Università del Wisconsin, utilizzando tecniche come la risonanza magnetica funzionale, hanno dimostrato come la sola aspettativa di andare incontro ad un’esperienza negativa o poco piacevole attiva due importanti aree cerebrali che favoriscono la memoria. Il nostro cervello anticipa continuamente il corso degli eventi, con lo scopo di garantire una continuità fra passato, presente e futuro; ovviamente tutto questo scorrere di pensieri è basato sulla propria memoria e teso, nell’incoscienza, al mondo dei sogni.
Grazie a diversi test si è riuscito ad  identificare chiaramente due regioni del nostro cervello che sono molto attive durante un evento emotivo e nel pensiero dello stesso: amigdala e ippocampo, che sono due componenti di una delle parti più antiche del nostro cervello l’archicortex.
¬    Amigdala associata al consolidamento della memoria emotiva.

¬    Ippocampo  essenziale nella memoria episodica a breve termine.
Oltre a ciò, i ricercatori hanno notato che più intensa è l’attesa di un forte evento emotivo, maggiore sarà il ricordo dello stesso una volta che sia avvenuto; ciò va però a creare un circolo vizioso molto pericoloso per lo stato mentale di una persona. Quanto più è solido un brutto ricordo, tanto più esso si riproporrà continuamente, generando stati d’ansia e paura anche a distanza di molto tempo, meglio noto col nome di disturbo da stress post-traumatico.

Tutte queste informazioni prese insieme, sostengono gli scienziati, hanno un’importante funzione in chiave evolutiva, in quanto l’anticipazione di eventi pericolosi porta ad uno stile di vita più cauto.

Ndga (nota di ga)
Tutto questo per arrivare a dire cosa?
Che nel nostro cervello esistono luoghi preposti a gestire tutte le informazioni che nell’arco della nostra vita riceviamo e che possono, attraverso specifici lavori (Meditazione – Yoga – Attività fisica specifica) essere stimolate per poter far si che siano e restino al loro massimo potenziale espressivo. Nella mia esperienza lavorativa manuale corporea, per esempio, mi sono reso conto di come anche le memorie dei tessuti possano essere causa di eventi dolorosi ed invalidanti, mal di schiena, collo, nevralgie varie, e che, se trattate in modo specifico possano essere rimesse in connessione con tutto il sistema corporeo.
Allo stesso modo con la pratica dello Yoga, (leggi pensiero scientifico), si può creare uno stimolo altrettanto importante ed assoluto.

Namaste

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Meditate,gente,meditate

20 gen

MEDITATE, GENTE, MEDITATE

Questo post nasce dall’esigenza di darmi delle risposte a domande che mi sono posto in questi anni di lavoro profondo sulle metodiche dello Yoga e sulla loro relazione con tutto il corpo.

I miei interrogativi nascono principalmente dall’esigenza di capire i motivi per cui lavorare con il proprio corpo seguendo le Asana Yoga porti a stare decisamente meglio.  A livello di sensazione, questo beneficio è inequivocabile ma non è abbastanza per metterne a fuoco le ragioni, perciò mi sono dedicato alla ricerca e all’approfondimento di cose molto antiche e spesso dimenticate, come tra l’altro lo Yoga che risale all’incirca al 500 Avanti Cristo!

Ascoltando le persone che fanno pratica insieme a me, leggendo articoli, ascoltando relazioni di medici e studi scientifici (che ho già pubblicato) mi sono dato una risposta emotiva e scientifica, lunga e articolata, che qui non riporto, ma che è possibile individuare leggendo gli articoli e gli studi pubblicati.

Ma ancora una volta volevo qualcosa di più.

Poi il caso ha voluto che leggendo un trafiletto di Facebook e su un blog del mio amico Matteo, nella mia mente è scattato qualcosa e, creando una serie di link fra le cose lette e studiate, ho messo insieme una risposta ai miei perché più precisa.

In questi anni di studi Osteopatici e posturali, la relazione tra il cervello e il potenziale evocato da esso sul nostro corpo è emersa in modo molto preponderante. La capacità del nostro sistema nervoso centrale di poter modificare le cose attraverso un semplice impulso cerebrale mi ha sempre lasciato stupito e piacevolmente sorpreso: il corpo può modificare strategicamente la sua forma in funzione alla necessità e tutto questo in modo autonomo.

Vi state chiedendo che relazione ci sia fra il titolo di questo post, preso in prestito da un noto slogan di Renzo Arbore, con quello che avete letto fini qui?

Il fatto è che il significato del titolo è la mia risposta: la MEDITAZIONE.

E qui potremmo aprire una moltitudine di interpretazioni di modi di pensare, filosofici e religiosi, ma non è mia intenzione.

Il concetto di meditazione a cui mi riferisco è semplicemente la capacità che è innata in ognuno di noi di saper mettere in relazione i due emisferi cerebrali, la parte emotiva, priorità del lato destro del cervello e la parte razionale, priorità del cervello sinistro. Il nostro cervello è un organo complesso, in cui risiedono tantissimi elementi che vivono in simbiosi, ognuno dei quali ha compiti specifici. Senza entrare troppo nel dettaglio, sappiamo che il cervello è l’organo preposto al controllo e alla coordinazione di tutte le funzioni vitali, contiene oltre 100 miliardi di cellule nervose, i neuroni, ognuna delle quali, attraverso le sinapsi, segnali di tipo elettrochimico, entrano in contatto con altre 100.000 cellule. Il numero di contatti nervosi che si stabiliscono all’interno del nostro cervello sono elevatissimi. Da un punto di vista funzionale è possibile riconoscere nel cervello umano la sovrapposizione di tre strati, preposti a differenti funzioni, apparsi progressivamente nella trasformazione evolutiva dei vertebrati:

  • Lo strato più antico, Archicortex,  simile a quello dei rettili, è specializzato nel controllo delle funzioni vitali quali la respirazione, il battito cardiaco, la vigilanza, la sopravvivenza.
  • Il cervello arcaico, Mesocortex, lo strato intermedio, regola, invece, il comportamento emotivo-motivazionale e i meccanismi di rinforzo psicologico, che rappresentano la base dell’apprendimento.
  • La corteccia celebrale, Neocortex, la parte evolutivamente più recente, integra e coordina il funzionamento di tutte le strutture nervose ed è la sede delle funzioni superiori come l’intelligenza razionale, i processi di memoria e l’attività linguistica.

Da queste cose possiamo intuire il grado di  complessità che ogni personalità umana contiene al suo interno, i differenti comportamenti dei vertebrati: dai più antichi, dominati dall’istintività e dall’emotività, ai più recenti, basati sui processi di ragionamento. La corteccia cerebrale, caratteristica del solo genere umano, si presenta suddivisa, come già detto, in due parti uguali e simmetriche: l’emisfero destro e l’emisfero sinistro. Tali metà, sebbene appaiano molto simili dal punto di vista anatomico, svolgono compiti tanto differenti quanto complementari. Funzionano secondo un sistema crociato: l’emisfero sinistro coordina la parte destra del corpo, mentre quello destro coordina e controlla la parte sinistra del corpo.  La connessione tra le due parti è assicurata dal corpo calloso, una formazione fibrosa, che permette alle informazioni sensoriali di raggiungere entrambi gli emisferi.

Studi sul cervello confermano poi la specializzazione emisferica: da vari esperimenti è risultato che l’emisfero destro elabora i dati in modo rapido, spaziale, non verbale, sintetico e globale. L’emisfero sinistro, al contrario, analizza i particolari, scandisce lo scorrere del tempo, programma, svolge funzioni verbali, di calcolo, lineari e simboliche.  Le differenti funzioni svolte dai due emisferi devono, ovviamente, integrarsi a vicenda, permettendo così di percepire ed elaborare la realtà nella sua completezza. Un soggetto che osserva un oggetto, ad esempio, può, grazie all’emisfero sinistro, riconoscere che tipo di oggetto sia e, grazie all’emisfero destro, percepire di trovarsi in un luogo specifico, tipo in una stanza. La nostra cultura occidentale, il sistema educativo e l’organizzazione del lavoro, tendono a prediligere l’impiego e lo sviluppo dell’emisfero sinistro, trascurando, il più delle volte, quello destro.  Gli esercizi più frequentemente posti ai ragazzi in fase evolutiva, infatti, rappresentano problemi a soluzione chiusa, che richiedono abilità di calcolo e ragionamento, coinvolgendo molto raramente l’intuizione e l’immaginazione, stimolando prevalentemente l’emisfero sinistro del cervello.

L’emisfero destro, invece, sembra rivestire un ruolo centrale nella genesi degli atti creativi: grazie all’impiego delle sue potenzialità riusciamo, infatti, a “rompere” gli abituali schemi di pensiero ed avventurarci in territori sconosciuti.  Non è corretto, tuttavia, pensare che l’emisfero destro costituisca l’esclusiva localizzazione della creatività: l’atto creativo, come più volte accennato, è un processo complesso, che richiede un’equilibrata interazione ed integrazione delle abilità peculiari di entrambe le parti del cervello. Quando ci impegniamo in un esercizio creativo, il nostro cervello cerca di seguire le connessioni già sperimentate, i percorsi conosciuti e più semplici, meno dispendiosi, che altre volte hanno permesso di raggiungere la soluzione. Grazie ad uno sforzo creativo o semplicemente dopo alcuni tentativi falliti, il cervello comincia ad allargare il campo d’azione, stabilendo sinapsi “marginali”, “divergenti”, riuscendo a creare percorsi cognitivi inesplorati.

Ma torniamo al trafiletto che ha fatto scattare in me questa ricerca, e di seguito a identificare la mia risposta. È in un passo tratto dal Simposio di Platone che mi ha portato a valorizzare il senso della “meditazione”:

A parlare ora, è Aristofane che enuncia uno dei più grandi miti della storia umana, quello dell’Androgino. Ma innanzitutto bisogna che conosciate la natura della specie umana e quali prove essa ha dovuto attraversare. Nei tempi andati, infatti, la nostra natura non era quella che è oggi, ma molto differente. Allora c’erano tra gli uomini tre generi, e non due come adesso, il maschio e la femmina, e un terzo, che aveva entrambi i caratteri degli altri. Il nome si è conservato sino a noi, ma il genere, quello è scomparso. Era l’ermafrodito, un essere che per la forma e il nome aveva caratteristiche sia del maschio che della femmina. Oggi non ci sono più persone di questo genere. Questi ermafroditi erano molto compatti a vedersi, e il dorso e i fianchi formavano un insieme molto arrotondato. Avevano quattro mani, quattro gambe, due volti su un collo perfettamente rotondo, ai due lati dell’unica testa. Avevano quattro orecchie, due organi per la generazione, e il resto come potete immaginare. Si muovevano camminando in posizione eretta, come noi, nel senso che volevano. E quando si mettevano a correre, facevano un po’ come gli acrobati che gettano in aria le gambe e fan le capriole: avendo otto arti su cui far leva, avanzavano rapidamente facendo la ruota. La ragione per cui c’erano tre generi è questa, che il maschio aveva la sua origine dal Sole, la femmina dalla Terra e il genere che aveva i caratteri d’entrambi dalla Luna, visto che la Luna ha i caratteri sia del Sole che della Terra. La loro forma e il loro modo di muoversi era circolare, proprio perché somigliavano ai loro genitori. Per questo finivano con l’essere terribilmente forti e vigorosi e il loro orgoglio era immenso. Così attaccarono gli dèi, tentarono di dar la scalata al cielo, per combattere gli dèi. Allora Zeus e gli altri dèi si domandarono quale decisione intraprendere. Dopo aver laboriosamente riflettuto, Zeus ebbe un’idea. “lo credo – disse – che abbiamo un mezzo per far sì che la specie umana sopravviva e allo stesso tempo rinunci alla propria arroganza: dobbiamo  renderli più deboli. Adesso – disse – io taglierò ciascuno di essi in due, così ciascuna delle due parti sarà più debole. Ne avremo anche un altro vantaggio, che il loro numero sarà più grande. Detto questo, si mise a tagliare gli uomini in due, come si taglia un uovo con un filo. Quando ne aveva tagliato uno, chiedeva ad Apollo di voltargli il viso e la metà del collo dalla parte del taglio, in modo che gli uomini, avendo sempre sotto gli occhi la ferita che avevano dovuto subire, fossero più tranquilli, e gli chiedeva anche di guarire il resto. Apollo voltava allora il viso e, raccogliendo d’ogni parte la pelle verso quello che oggi chiamiamo ventre, come si fa con i cordoni delle borse, faceva un nodo al centro del ventre non lasciando che un’apertura – quella che adesso chiamiamo ombelico. Quanto alle pieghe che si formavano, il dio modellava con esattezza il petto con uno strumento simile a quello che usano i sellai per spianare le grinze del cuoio. Lasciava però qualche piega, soprattutto nella regione del ventre e dell’ombelico, come ricordo della punizione subìta. Quando dunque gli uomini  primitivi furono così tagliati in due, ciascuna delle due parti desiderava ricongiungersi all’altra. Si abbracciavano, si stringevano l’un l’altra, desiderando null’altro che di formare un solo essere. E così morivano di fame e di apatia, perché ciascuna parte non voleva far nulla senza l’altra. E quando una delle due metà moriva, e l’altra sopravviveva, quest’ultima ne cercava un’altra e le si stringeva addosso…..

Ndga (nota di gaetano)

Che cosa significano per me queste righe?

Mi dimostrano che le due metà sono alla continua ricerca l’una dell’altra, che questa ricerca essendo innata e inconsapevole, può, in questo caso attraverso la meditazione, essere attivata e stimolata nel suo intento.

Credo che la meditazione faciliti la continua relazione fra la parte emotiva e la parte razionale del nostro essere e che questa costante comunicazione ci porti a capire meglio noi stessi, a compiere scelte più in sintonia con il nostro modo di essere, assecondando meglio le nostre innate inclinazioni.

Seguire le Asana Yoga conduce naturalmente alla meditazione e permette ad ognuno di noi di trovare  il modo di tenere vive e in relazione fra loro le due parti del cervello, di essere più a contatto con se stessi, di tendere verso una piena consapevolezza. Quindi di “essere” al meglio.

Namaste

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Yoga, tra corpo e testa l’equilibrio è possibile

20 nov

Dopo un lungo lavoro di trascrizione, ecco come annunciata la conferenza tenutasi l’ottobre scorso dalla Dr. Caramia Donatella allo Yoga Festival avente tema “LA MENTE E LA MEDITAZIONE Le basi neurofisiologiche dello Yoga, della Meditazione e dei processi creativi. All’interno delle news potete trovare anche due studi scientifici in merito al tema.

Ndga (nota di gaetano)

Sono davvero contento di poter condividere con voi questa, a mio parere, illuminante conferenza e i suoi relativi studi scientifici, il primo titolato “La pratica dello Yoga può elevare i livelli di GABA del cervello suggerendo possibili trattamenti per la depressione” e il secondo titolato Connessione tra lo Yoga e gli stati d’animo”.

Sono tanti anni che mi occupo di Posturologia e delle relazione che il nostro corpo ha nei confronti della gravità in cui vive, lo Yoga incontrato da me una quindicina di anni fa mi ha fatto crescere in questo più di tante altre cose, la capacità che lo stesso ha di infondere quiete e percezione vanno al di sopra di ogni altro stimolo. Leggere e sentire le cose che ho pubblicato, oltre che rafforzarmi a livello professionale mi da ancora più fiducia rispetto al cammino che ho intrapreso.

Attendo vostri commenti

Namaste

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